La donna nella Chiesa. Come vive la fatica del cambiamento?

di Valentina Soncini*

Come introduzione delineerei  in breve  alcuni tratti della mia esperienza in quanto donna nella mia realtà ecclesiale  e professionale.

A livello professionale sono docente di filosofia e storia da ormai 23 anni in un scuola statale, in un contesto molto variegato segnato dai fenomeni attuali di secolarizzazione, di fatica educativa e insieme di sempre nuova progettazione educativa.

Nell’ambito della mia scuola sono responsabile dell’offerta formativa e lavoro non solo con le mie classi, ma mi interfaccio con tutti i colleghi (110 circa) in un istituto con più ordinamenti. Il lavorare insieme, cercare intese, far circolare comunicazione, rilanciare progetti, costruire consenso  richiede sforzo, pazienza, convinzione, tenacia,  decisione; in una parola molta cura, qualcosa che ha a che fare con la nostra femminilità.

A livello ecclesiale e culturale esercito anche una docenza di teologia fondamentale presso lo studio teologico del PIME a Monza – è un altro fronte di impegno interessante. Da donna mi misuro con seminaristi africani, indiani, brasiliani e con colleghi uomini, Sacerdoti e qualche laico  dai quali avverto rispetto e attenzione. Coltivo le relazioni e la comunicazione con i seminaristi e i colleghi puntando sui percorsi che ci possono unire. Capisco che culturalmente per i seminaristi stranieri non è normale avere una docente donna.

Infine a livello ecclesiale-pastorale  vivo in questi anni l’impegno della Presidenza diocesana di Azione Cattolica, dopo anni di servizio in altri ruoli associativi. In primo luogo l’esperienza dell’Azione Cattolica è stata occasione e luogo importante per maturare ed esercitare una relazione di corresponsabilità insieme uomo e donna  in una stima reciproca (responsabili laici uomini e donne e assistenti preti).

E’ inoltre un’occasione preziosa per servire la mia Chiesa, per confrontarmi con le dinamiche attuali, per riflettere sul ruolo non solo della donna, ma dei laici nell’ edificazione della comunità. E’ anche occasione per avere a che fare con le cariche istituzionali  in genere sempre maschili (alto clero, poteri politici).

La presenza delle donne è decisiva in tutti gli ambiti della vita della Chiesa, ma spesso non è adeguatamente rappresentata nei luoghi decisionali.

Non ho mai avvertito una sorta di esclusione o pregiudizio nei miei confronti in quanto donna  – anzi ho ricevuto stima e affetto – insieme però si tratta di giocare con intelligenza e misura la propria sensibilità che è complementare a quella maschile.

Ci sono doti femminili da coltivare e altre da limitare o moderare. Per esempio la cura delle relazioni, la capacità di ascolto, la disponibilità al servizio senza misure, l’intuizione femminile di dinamiche più profonde dietro alle parole, la capacità di far emergere il non detto e insieme di comprendere l’implicito sono doti importanti da coltivare, così come è necessario evitare tratti faticosi della nostra femminilità: una sorta di servilismo, un cedimento al vittimismo, la richiesta eccessiva di riconoscimento, un voler controllare tutto, anche tramite il servizio, senza saper fare un passo indietro al momento giusto (forma di dominio).

Il nostro metterci a servizio in vario modo può incontrarsi con realtà avare di soddisfazioni, o un po’ rudi.

E’ importante avere luoghi di rigenerazione interiore e anche esteriore con le giuste pause, con la coltivazione di relazioni non dettate solo dal bisogno e con una ricerca spirituale profonda della relazione con il Signore.

A partire dalla mia esperienza vorrei però fare un passo in più.

 

  1. Quali le fatiche, quali le opportunità nel contesto odierno?

Tutto il vostro Convegno cerca di scavare la categoria del “cambiamento” per ricavare indicazioni nuove per procedere in modo lungimirante.

I questionari, la rilettura del vostro Statuto, la relazione già ascoltata questa mattina e anche quella di ieri sera  hanno messo in luce novità, rotture, possibilità.

Sul versante del Sacerdote ci sarà anche l’importante intervento di Don Erio Castellucci.

Dal mio punto di vista confermo che siamo di fronte a un cambiamento epocale: a partire dal cambiamento demografico, alla scarsa natalità in occidente e alla presenza crescente di stranieri.

La realtà pastorale così come si è edificata negli ultimi decenni, sulla base di una impostazione ancora tridentina, è ormai al tramonto.  La parrocchia non è più “la fontana del villaggio”, ma un luogo di passaggio di persone che arrivano,  vanno altrove  nei fine settimana, nel pendolarismo quotidiano, negli impegni di lavoro, nella coltivazione delle relazioni.

Essere oggi comunità è molto più difficile, non c’è uno spazio comune e anche il tempo per ciascuno scorre con ritmi diversi.

Si deve pensare una nuova organizzazione all’insegna della pastorale d’insieme, con un lavoro di rete tra parrocchie, tra operatori pastorali per meglio intercettare la nuova dimensione antropologica.

Pastoralmente stanno emergendo nuovi soggetti, i movimenti, che in molti casi si diffondono velocemente nelle parrocchie, ma non secondo le linee  e i ritmi pastorali della parrocchia.

I preti sono in diminuzione, soprattutto ci sono preti anziani (per esperienza mi riferisco soprattutto al nord).

In questo contesto sicuramente c’è bisogno delle energie femminili di cura, presenza, attenzione. Penso soprattutto a voi Familiari del Clero, presenza stabile dove tutto ora è in movimento, tutti vanno e vengono, tutto più è frammentato, quindi il lavoro di ricomposizione tipicamente femminile è più necessario e voi ci potete essere. Ma in primo luogo ci sarebbe bisogno di un diverso modo di coinvolgere il laicato. Molti passi sono stati fatti, ma ancora molto va fatto.

Di fronte a una struttura che si sta modificando si rischia di coinvolgere i laici perché siano supplenti di un Clero che non c’è più, non riuscendo invece a coinvolgerli quali portatori di una modalità nuova di essere protagonisti dell’edificazione della Chiesa.

Parlo di compiti laicali che sono indicati dalla Chiesa, che ricalcano ruoli prima avuti dai Sacerdoti: direttori di oratorio, molti laici a tempo pieno nell’impegno pastorale/educativo, laici in alcuni uffici di curia (famiglia, catechesi)…

Ma non esprimono ancora abbastanza una comunità che prende forma e ritmo dalla vita quotidiana, dalla concretezza diversa di oggi, dai tempi della vita, modificando i tempi della vita comunitaria, i linguaggi della comunicazione ecclesiastica,  le modalità con le quali giungere alle decisioni sulla comunità (sinodalità) …

La valorizzazione delle donne credo possa crescere se crescerà la valorizzazione dei laici, non all’insegna delle rivendicazioni sindacali, ma in un dialogo di comunione che rispetta vocazioni differenti che scaturiscono dalla medesima fede battesimale in una reciprocità costruttiva.

 

  1. Come vengono interrogati oggi la nostra femminilità e il nostro essere donne?

Alla luce di queste sollecitazioni a vivere da protagonisti il cambiamento ecclesiale del terzo millennio, credo importante ricordare come Giovanni Paolo II aveva già intravisto le potenzialità femminili.

Mi riferisco al messaggio della Pace del primo gennaio 1995 sia alla sua lettera alle donne nel giugno del 1995. In particolare riprendo la lettera del 29 giugno 1995 che a mio modesto parare  è la elaborazione più avanzata e aperta del Pontefice verso le donne.

Esprime  nella lettera 6 grazie; due mi sembrano particolarmente interessanti per noi.

Grazie a te, donna-figlia e donna-sorella, che porti nel nucleo familiare e poi nel complesso della vita sociale le ricchezze della tua sensibilità, della tua intuizione, della tua generosità e della tua costanza.

Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento, ad una  concezione  della vita sempre aperta al senso del « mistero », alla edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità.

(Qui in primo luogo si rileva la centralità della dignità della donna prima di ogni compito e il suo ruolo importante a livello sociale verso la parità).

“Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la ‘civiltà dell’amore’”.

Importanza politica, sociale e professionale: “Più importante appare la dimensione socio-etica, che investe le relazioni umane e i valori dello spirito: in tale dimensione, spesso sviluppata senza clamore, a partire dai rapporti quotidiani tra le persone, specie dentro la famiglia, è proprio al «genio della donna» che la società è in larga parte debitrice. Vorrei a tal proposito manifestare una particolare gratitudine alle donne impegnate nei più diversi settori dell’attività educativa. In tale opera esse realizzano una forma di maternità affettiva, culturale e spirituale, dal valore veramente inestimabile, per l’incidenza che ha sullo sviluppo della persona e il futuro della società”.

(dalla Lettera alle donne del Santo Padre Giovanni Paolo II,  29 giugno 1995)

Certamente il messaggio di Giovanni Paolo II è, ed è stato, molto autorevole e diviene un invito forte a essere dentro la realtà civile ed ecclesiale con una identità femminile autentica, profonda, soprattutto oggi definita non dal culto dell’immagine.

  1. Particolari opportunità nell’ambito ecclesiale: ruoli, compiti e impegni nei nuovi e insieme tradizionali contesti di Chiesa (parrocchie nella pastorale d’insieme – contesto secolarizzato dentro cui far percepire il mistero).

 

Provo a sviluppare questo discorso in due brevi direzioni:

cosa significa vivere questa femminilità in ambito civile?

In questi giorni sta per prendere il via il concorso MISS Italia volto a selezionare il tipo di donna vincente. Bellezza, normalità, intelligenza sono le qualità da possedere secondo i giornali. Si vorrebbe un tipo di donna che non sia solo seducente e senza personalità o intelligenza.

Sul Corriere della Sera di domenica 18 settembre la giornalista Barbara Stefanelli, sulla base di 8 profili di donne giovani, ha scritto un pezzo sulle donne normali  che con tenacia, intelligenza, capacità di sacrificio e ingegnosità stanno vivendo interessanti vie di affermazione e sono disposte a percorrerle senza scorciatoie. Si riporta l’appello della Banca d’Italia perché la nostra società non sprechi il patrimonio femminile e ciò non vuol dire, come si pensa in modo unico, investire sulla dimensione erotica o estetica…. Oltre il modello unico  della velina o della escort,  c’è  una diversità molto interessante dentro la quale può avere spazio anche il tipo di donna  che coltivi la sua diversità di natura e di genere in modo equilibrato, attento a dimensioni che non sempre fanno scalpore.

Se si vuole curare la qualità della vita, la qualità delle relazioni, è importante curare la propria femminilità senza estremismi, senza contrapposizioni al maschile in una inutile corsa al potere fondata di rivendicazioni a priori,  ma dentro una logica di riconoscimento e reciprocità, mettendo a servizio la nostra capacità di sacrificio, dedizione, ascolto, rigore, competenza, cercando consenso su queste basi e non su altro. Dobbiamo recuperare  il senso del pudore,   coltivare uno stile più fine nelle relazioni.

Credo che di questa femminilità equilibrata, non aggressiva, capace di forza e insieme di dolcezza, di accoglienza e di rigore ci sia bisogno anche da parte di uomini, spesso confusi dal ruolo troppo mascolino delle donne o dall’altro lato incapaci di riconoscere  e dar credito  a doti non solo estetiche.

Si può concorrere insieme a perseguire la dignità della persona e il bene comune.

 

Cosa significa, secondo me, oggi vivere tutto ciò in ambito ecclesiale?

Credo sia importante coltivare queste caratteristiche e poi non metterle tra parentesi  nei luoghi del servizio ecclesiale, dove comparire curate, femminili,  non neutre o unisex, capaci di portare dentro nella realtà ecclesiale quanto la nostra visione e intuito femminile ci schiudono. E’ importante mettere in gioco la cura per il particolare, senza ossessività; la cura per l’accoglienza senza smancerie; la cura per l’ambiente senza logiche di controllo, una dinamica comunicativa senza sbavature… un modo di sentire Dio e di custodire il mistero che è tipicamente nostro.

E’ importante agire ma senza volere occupare tutto lo spazio, per permettere agli uomini di fare la loro parte, di non farsi servire e neppure di essere ridotti ad esecutori, lasciando loro il gusto e la voglia di prendere l’iniziativa, di fare qualcosa per noi.

Anche la comunità cristiana può prendere forma più convincente se il femminile e il maschile si integrano meglio: può essere meno fredda e burocratica, più attenta alle relazioni, più comunicativa, meno rude grazie alle donne e contemporaneamente meno rivolta ad intra, meno vittima, meno ossessiva grazie al carisma maschile.

Oggi prima delle parole (omelie, dottrina) contano la qualità delle relazioni, l’ascolto e l’accoglienza:  un’ azione missionaria e di apertura si gioca sullo stile, sulla capacità di far essere una differenza cristiana a partire dai rapporti.

Uomini e donne di fede sono chiamati a custodire la propria umanità, a esprimerla con un linguaggio nuovo, semplice, rispettoso, autentico.

 

  1. Per concludere: alla luce di tutto ciò, come leggo la figura della Familiare del Clero nel nostro contesto culturale ed ecclesiale?

Alla luce di quanto detto  sulla donna pensando alla vostra figura specifica di donne vicine al Sacerdote, riprenderei tre sottolineature: una riguardo alla relazione donna/Sacerdote, una riguardo alla donna in se stessa, una riguardo a donna/comunità e testimonianza.

È importante essere donna vicino al Sacerdote curando la propria femminilità, non competitiva ma capace di far emergere la ricchezza delle relazioni. In primo luogo si è donne così per vocazione, chiamate a condividere un ministero: la donna con il sacerdozio battesimale si pone da vicino a servizio della persona del Sacerdote ordinato, ne rispetta la dimensione profonda di mistero, vive a sua volta questa relazione al mistero, si è insieme relativi al mistero di Dio, con il proprio stile si esprime un rimando alla dimensione della trascendenza.  Da come si cura la persona del prete, si comunica un’idea del prete.

Si potrebbe circondarlo di privilegi, facendolo sentire un uomo di livello sociale superiore, distaccato dagli altri, oppure si può accudirlo collaborando al suo ministero di servizio ai  carismi della comunità, di discepolato, di discernimento dei segni dei tempi. La nostra cura del prete esprime chi è il prete secondo noi.

E’ importante trovare un modo equilibrato di crescere da donne dentro una vocazione che sembra controcorrente, perdente, lontano dai luoghi del successo, dell’affermazione di sé… trovare un equilibrio che dica pienezza, dedizione amabile, capacità di curare la trama di relazioni e insieme di custodire la solitudine del prete, da non colmare con la propria persona o con i propri servizi. Per tutto ciò c’è bisogno di formazione, confronto, lavoro su di sé. Il cammino che si percorre in quanto Familiari del Clero è via di santificazione, di realizzazione della propria femminilità, non  è un cammino per perdenti, per donne di serie B. Dentro una cultura che mette ben altro al centro  si può rilanciare un tipo di vita e di scelta di pienezza. In ogni età della vita è importante tornare a riappropriarsi delle scelte fatte, per non subire il logorio.  Si è chiamate a scegliere di nuovo nella fede e davanti al Signore il cammino di santità nel quale siamo.

Infine con la propria vita si concorre a curare le relazioni sempre più frammentate, si diviene  punto di collegamento intelligente, sapiente. Nella cura delle relazioni con il prete e con la comunità si esprime un tipo di comunità alternativa dentro i cambiamenti pastorali ed ecclesiali in atto. Come donne  possiamo fare da schermo al Sacerdote, da ponte, da ostacolo; provate a immaginare quanto il nostro stile in un contesto affamato di relazioni buone, può fare in modo rispettoso del posto occupato. Oggi culturalmente ci sono in circolo molti modelli di convivenza: le coppie si legano, si lasciano, si ritrovano in tanti modi, oltre il legame matrimoniale.

La relazione donna/Sacerdote è un tipo di convivenza che può dire una parola diversa, può essere un segno di gratuità, di fraternità, di cura senza interessi di altro tipo.

Può essere un segno incoraggiante per edificare relazioni diverse da quelle che ci consumano.

Per tutto questo è  importante una formazione continua e una condivisione ecclesiale.