L’ESPERIENZA DEL FAMILIARE DEL CLERO NELL’OGGI

Testimonianze di:

Brunella Campedelli

Maddalena Satta

Claudia Scilla

Coniugi Laurenti-Nuzzo

Moderatore: 

Don Gian Paolo Cassano

Don Gian Paolo Cassano

Questo è il momento più esperienziale del nostro Convegno, perché abbiamo la ricchezza di quattro esperienze diverse. Siamo stati aiutati in varie maniere, con tagli diversi, a capire che c’è un cambiamento in atto. Se mi permettete una battuta passiamo da Perpetua a Deborah: non ci sono più delle perpetue di nome. Le chiamiamo Familiari. Siamo chiamati a cercare, attraverso le esperienze che ascolteremo, alcune piste concrete di attuazione del modo di essere Familiari del Clero oggi. Vorrei chiedere la prima forma di esperienza, quella nativa, cioè quella che deriva dall’avere un figlio Sacerdote, ai coniugi Laurenti Nuzzo, vorrei cedere la parola chiedendo  loro di parlare di come si sentono genitori di un prete, in che modo vivono il loro essere Familiari in quanto genitori.

Elena

Io e Franco siamo insegnanti elementari in pensione, siamo sposati da 44 anni, abitiamo a Chioggia (VE) e abbiamo 3 figli: il primo è sacerdote da 18 anni e attualmente parroco a Pellestrina, un’isola della laguna di Venezia.

Le due figlie sono sposate da alcuni anni e la più giovane ci ha dato la gioia di diventare nonni. In alcuni mo

Le due figlie sono sposate da alcuni anni e la più giovane ci ha dato la gioia di diventare nonni. In alcuni momenti dell’anno, soprattutto nei tempi forti, noi facciamo festa nella canonica di don Pierangelo e di don Angelo che è l’assistente della nostra Associazione diocesana perché la viviamo come la nostra seconda casa.

Franco

Io sono sposo di Elena, papà di don Pierangelo e sono anche diacono permanente da ventiquattro anni. Il mio servizio lo svolgo in parrocchia a Chioggia in particolare nelle case di riposo della parrocchia. Questo servizio mi coinvolge molto per l’amicizia che instauro con i ricoverati. Poi c’è l’annuncio del vangelo: gli anziani hanno una sensibilità particolare alla Parola di Gesù; poi c’è la celebrazione dell’Eucarestia del sabato.

Come diacono vivo i momenti del Familiare perché spesse volte ci troviamo a casa di nostro figlio a lavorare, a mettere in ordine, ad aggiustare. Sono responsabile del gruppo dell’Azione Cattolica, quindi il mio compito di diacono è dentro la mia realtà parrocchiale. Vivo la complessità perché sono padre, nonno, collaboratore familiare, diacono permanente, una complessità che è anche una ricchezza per me.

Don Gian Paolo Cassano

C’è dunque una chiamata nativa, ma possono essere diverse le occasioni che portano a scoprire la chiamata ad essere Familiari del Clero. Claudia Scilla ha qualcos’altro da raccontarci che è legato all’esperienza della croce, della prova che ha fatto maturare in lei una scelta. Le chiedo di parlarci di questo.

Claudia Scilla

Sono della diocesi di Treviso e ho 61 anni. Sono rimasta vedova nel 1994, sono 17 anni che sono vedova. Sono stata sposata 24 anni e mio marito è morto per incidente stradale. Noi eravamo una coppia che non aveva avuto la grazia di avere dei figli e quindi particolarmente legati tra di noi. Io avevo sempre pensato e chiesto al Signore, egoisticamente, che non fosse lui a morire per primo perché pensavo che mi sarebbe stato impossibile vivere senza di lui. Per cui quando mi sono trovata con lui chiamato dal Signore, non vivendo quella disperazione che io immaginavo avrei dovuto provare, non riuscivo a capire come mai fossi così nella pace, spinta ad abbandonarmi nelle mani di Dio.

Rileggendo poi i giorni immediati alla sua morte, sentendomi stranamente tanto consolata dal Signore, ho dovuto rendermi conto che era il Signore che mi faceva sentire in cuore tutta la freschezza di una chiamata ad essere solamente sua che avevo già percepito negli anni della mia adolescenza, ma che poi la vita mi aveva portato ad accantonare. Ho recuperato poi che quel percorso di sposa che avevo fatto era stato buono. La sofferenza che ci aveva contrassegnato come coppia, il non avere figli, il dolore che mi aveva segnato nella fanciullezza avendo perso la mamma quando ero piccola, mi ha portata ad interrogarmi. Come mai questa croce di Cristo si era piantata dentro la mia vita fin nella più tenera età e poi era passata attraverso il sacrificio di questa persona che mi era così cara?

Avvertendo questa grande pace ho capito, in quei giorni, le parole che vengono dette nella Messa: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Ricordo che pensavo: ah ecco! Questa è la pace del Signore! Ed era una cosa bella, grande, che mi ha portato gratitudine, amore nei confronti di Gesù. Sentivo il desiderio di essere un po’ come santa Teresa del Bambino Gesù. Tra l’altro la “Vita di Santa Teresina” è un libro che mi avevano regalato i miei genitori, mia mamma pochi mesi prima di morire e quindi per me è sempre stata una santa molto cara. Santa Teresa diceva che voleva tutto, anche dentro la Chiesa voleva essere il cuore. Anch’io in quella mia sofferenza avrei voluto essere tutto. Fare tutto per dire al Signore la mia gratitudine e Lui mi ha portato a capire che il tutto nella Chiesa è proprio il Sacerdote, perché senza il Sacerdote non possiamo avere Gesù. Non sapevo ancora in che modo mi sarei adoperata perché non conoscevo l’Associazione, non conoscevo niente, però mi era nato in cuore questo desiderio di essere utile al Sacerdote perché lui potesse donare Gesù a tutti.

Don Gian Paolo Cassano

Claudia mi ha fatto venire in mente che il mio Vescovo, quando mi ha ordinato, mi disse: “Ricordati bene che non dovrai mai sentirti un arrivato, uno che prende posizione per essere tutto a tutti”;  e quando mi ha affidato l’incarico di Assistente dei Familiari del Clero mi disse che l’Associazione doveva essere promotrice di vocazioni anche a diventare ‘Familiare’. Mi sembra che questa sia la pista di lettura nella vita di Brunella Campedelli.

Brunella

Sono della diocesi di Bologna. A differenza di Claudia, che è andata lei verso i Sacerdoti, la chiamata per me è venuta da parte del ‘mio’ Sacerdote che, pian piano, conoscendomi mi ha inserita sempre più nella parrocchia con piccoli servizi via via sempre più impegnativi, fino ad assumermi come segretaria parrocchiale.

Mi ricollego a quanto detto da don Erio Castellucci: in parrocchia non debbono esserci degli uffici ‘freddi, gelidi’. Forse era quello che pensava il mio ‘don’ quando mi ha fatto conoscere l’Associazione; la frequentava già la sua mamma e ha voluto fortemente che partecipassi anch’io agli incontri mensili dell’Associazione diocesana di Bologna. Poi ho conosciuto i Familiari con responsabilità nazionali e regionali ad un corso a Sacrofano (Roma). Quell’esperienza mi ha aiutato a riconoscere che quello che facevo in parrocchia era qualcosa di ‘speciale’, era una vocazione, era una chiamata.

Io sono una sposa, ho dei figli e ho sempre pensato che la mia chiamata fosse quella del matrimonio che certamente resta quella fondamentale. Però ad un certo punto il Signore mi ha messo accanto ad un Sacerdote con tutte le sue parrocchie-comunità ed è un’ ulteriore chiamata. In questo momento il mio Sacerdote è in difficoltà perché malato ed ho radicato ancora di più questa mia chiamata a stargli vicino e aiutarlo in tutto.

Don Gian Paolo Cassano

Vedete come stiamo raccogliendo una ricchezza di esperienze diverse che vanno a costruire modi di essere a servizio della Chiesa attraverso il Sacerdote, nelle nostre realtà. Fermiamoci proprio nella realtà della parrocchia. La quarta esperienza è quella di  Maddalena Satta che vive l’esperienza della Familiare in parrocchia in un modo diverso da quello tradizionale: non sta stabilmente in parrocchia. Ma sentiamo da lei…

Maddalena Satta (della diocesi di Forlì)

Vorrei dire prima di tutto come è nata la mia vocazione. Fin dalla fanciullezza mi sono chiesta che cosa il Signore avrebbe voluto da me. Ho capito ben presto che mi chiedeva di donarmi per gli altri, per la Chiesa. Però la forma non la sapevo, non la intuivo. Subito ho escluso la consacrazione tipica delle suore. Ho visto nei Sacerdoti le persone più ‘deboli’, quelle meno seguite, persone che forse avevano bisogno del mio aiuto. Questo poi l’ho intravisto cammin facendo attraverso tanti segni particolari. Ad un certo punto ho detto: “Signore io vengo a te e ti voglio servire nella persona dei Sacerdoti, nel Sacerdote della mia comunità e attraverso lui in tutti i Sacerdoti. Ed è per questo che la preghiera, l’amore, il dono è per tutti i Sacerdoti e per la Chiesa”.

Come vivo? Io vivo a casa mia, lasciata per grazia di Dio dai miei genitori e fratelli, che dista 200 metri dalla parrocchia. La mia casa mi serve per mangiare e per dormire, il resto della giornata lo vivo in parrocchia, in canonica. Faccio un po’ tutto quello che serve. Sono una presenza nella comunità: mi trovo a fare accoglienza, commissioni, a volte l’autista, il lavoro in cucina…

 Don Gian Paolo Cassano

Aprendo un secondo giro ritorno da Elena e Franco perché mi sembra che nella loro esperienza, nella loro vita, ci sia anche una componente molto attenta riguardo alla vocazione. Mi sembra di aver capito che è nata prima la vocazione di diacono e poi la vocazione del figlio prete, o sono maturate insieme?

Franco

Prima è nata la vocazione di mio figlio don Pierangelo ed è nata proprio in un momento sociale negativo, dopo il 1968, dopo la contestazione giovanile. Dalla contestazione  erano  usciti  alcuni professori che  avevano un pensiero contrario

alla Chiesa, arrivando a scrivere frasi anche blasfeme sulle pareti di una chiesa. Questi professori insegnavano dove avrebbe dovuto andare mio figlio alle scuole medie. Noi genitori, per evitare che si trovasse ad avere insegnanti che non erano di nostro gradimento, abbiamo chiesto a Pierangelo, con semplicità, se avesse voluto fare l’esperienza del seminario. Lui, che aveva già fatto alcuni giorni di esperienza e aveva conosciuto altri ragazzi, ci rispose subito di sì.

Dopo alcuni anni il Vescovo mi ha chiamato e mi ha detto: “Saresti disponibile a fare un cammino verso il diaconato permanente?” E io ho risposto subito di sì. Poi ho aggiunto: “Un momento: voglio interpellare anche mia moglie!” Con il suo assenso ho iniziato il cammino contento perché volevo lavorare per la Chiesa ed essere inserito nella parrocchia, dove c’era bisogno.

Don Gian Paolo Cassano

Mi sembra che dopo l’ordinazione di don Pierangelo voi vi siate impegnati anche con i genitori dei seminaristi!

Elena

Don Pierangelo ha deciso di continuare gli studi di teologia a Padova, poi è stato ordinato, mandato a Roma a studiare e, dopo qualche anno, è stato nominato vice rettore del seminario. E’ stato in quel periodo che ho avuto modo di avvicinare le mamme dei seminaristi con le quali abbiamo intessuto un bellissimo rapporto di amicizia e anche ora che ho la responsabilità dell’Associazione diocesana cerco di sollecitare perché partecipino ai nostri incontri e portino una ‘ventata di freschezza, di gioventù’.

In quella occasione ho sentito che la risposta alla nostra vocazione di Familiari non era soltanto di provvedere alle necessità materiali del proprio figlio, ma che dovevamo seguirlo con la preghiera e con la vicinanza a tutti i preti, in particolare quelli che conoscevamo e sapevamo in particolari difficoltà.

Don Gian Paolo Cassano

Possiamo andare un po’ oltre. Vorrei chiedere a Claudia come la presenza accanto al Sacerdote sia diventata anche un’ esperienza fruttificante per quanto riguarda il Sacerdote: essere una Familiare, una donna in canonica accanto al Sacerdote.

 Claudia

E’ un’ esperienza arricchente per entrambi. Io ho avuto la fortuna di trovare un Sacerdote che tra le sue caratteristiche, tra i suoi tanti doni ha quello dell’umiltà. Quindi ha accolto l’aiuto, del quale aveva anche bisogno; si è posto come un fratello, mai da superiore, con l’atteggiamento del ‘sono più importante di te’.

Un fratello accanto ad una sorella. Per me questo è stato molto importante perché mi rendevo conto che camminare sulla terra calpestata dal Sacerdote (ricordavo il racconto dell’Esodo dove Dio dice a Mosè quando si avvicina al roveto ardente: ‘togliti i sandali perché la terra che calpesti è sacra…’) davvero era un terreno sacro perché sacra è la vita del Sacerdote, sacro è il mistero che lo abita, sacro è il ministero che vive.

Questo mi ha portato ad affinare le mie capacità e innanzitutto a comprendere i doni che il Signore mi aveva fatto. Mi rendevo conto che ero chiamata a mettere questi doni a servizio della nuova chiamata.

Il fatto di avere vissuto 24 anni di vita matrimoniale con le gioie e i dolori, le luci e le ombre che la caratterizzano, è una ricchezza grande per me perché la gente della comunità mi sente solidale, vicina, loro sorella, proprio perché sanno la mia esperienza di vita nel passato. Riesco a parlare un linguaggio comprensibile alle persone, il mio passato mi aiuta ad avere una sensibilità diversa nei confronti della gente sapendo, grazie alla mia vita matrimoniale, come è il modo di ragionare dell’uomo.

Ma il mio servizio non è rivolto semplicemente ad un uomo bensì al Sacerdote e ciò mi ha portato a vivere una maggiore vigilanza nel mio comportamento, nel mio modo di parlare, nel mio modo di pormi, nel mio modo di approfondire la fede. Il dono che mi è stato fatto  e che vado scoprendo sempre più mi porta a camminare io per prima nella santità proprio per non essere di ostacolo al suo cammino di santità, per non essere pietra di inciampo, semmai essere di aiuto a motivare ancora di più il suo cammino di santità.

Don Gian Paolo Cassano

L’esperienza di Brunella, come avete sentito prima, è molto particolare; penso che ci stupisca un po’ come lei riesca a conciliare l’impegno di essere madre (due figli) e moglie, con l’impegno della parrocchia.

Brunella

Sì, sembra un paradosso ma l’impegno della parrocchia ha aiutato tantissimo anche la mia famiglia che mi sta vicino e mi appoggia in quello che faccio. Negli ultimi mesi ho avuto la prova di questo: mio marito apprezza tantissimo quello che sto facendo e me lo dimostra in tante maniere, perciò mi diventa tutto più facile e nello stesso tempo anche il mio matrimonio viene fortificato attraverso il cammino che sto facendo lavorando accanto al Sacerdote e coltivando la preghiera, la vita spirituale assieme al Sacerdote che penso sia fondamentale nella collaborazione con lui. Tutto questo mi ha aiutato a capire tante cose anche della mia famiglia: un modo di vivere diverso, un modo diverso di stare con i figli adolescenti; si vede tutto in modo diverso e devo dire che negli ultimi 8-9 anni, da quando ho iniziato questo cammino la mia vita è molto più bella, più serena e tranquilla. Riesco a vivere le difficoltà in un’altra maniera: la riprova sono appunto gli ultimi mesi dove le difficoltà sono state tante e grandi, ma la fede che ho maturato attraverso questa collaborazione non mi ha fatto perdere la strada.

Don Gian Paolo Cassano

Concludendo questo giro con Maddalena, vorrei chiederle che provasse a riflettere sul suo servizio in canonica, in parrocchia. In che senso lo sente una ricchezza per sé e per la Chiesa?

 Maddalena

Chi mi ha preceduto ha parlato di famiglia, di coppia; io parlo di famiglia nella comunità e col Sacerdote. Questo è il mio primo servizio: fare famiglia col Sacerdote e con la comunità. Riconosco che sono una ‘super fortunata’ perché mi sento amata, il mio servizio è ben accolto dalla comunità. La comunità apprezza il mio servizio di accoglienza a chiunque bussa alla porta, servizio che permette di instaurare un rapporto di famiglia, di ‘crescere’ tutti  nello spirito di famiglia; essere una vera famiglia  col Sacerdote perché anche gli altri vedano in lui il padre, il fratello, il ministro di Dio e perché tutta la comunità cammini nella santità.

Don Gian Paolo Cassano

Adesso, per concludere, vorrei fare a tutti la stessa richiesta: mettere in luce qualche provocazione che viene dalla vita del Sacerdote e che voi riflettete nella vostra vita.

Elena

Qualche giorno fa, proprio riflettendo sugli input che lei ci aveva proposto, parlando con nostro figlio, gli ho chiesto: “Quando noi veniamo da te, la nostra presenza, ti è cara, sei contento?” Lo avevo un po’ provocato! E lui ha risposto: “Certo che sono contento perché vi rivedo, perché siete la mia famiglia. Quando ci siete mi sento appoggiato, non solo per le cose che papà riesce a sistemare e per le cose che fai tu soprattutto in cucina,  ma anche perché mi sento capito da voi, sollevato, in particolare nei momenti di difficoltà”. Faccio qualche telefonata proprio per infondere fiducia, per tranquillizzarlo, per metterlo al corrente delle notizie di famiglia, per farlo sentire partecipe e questo serve a me, a tutta la nostra famiglia, alle altre figlie, ma anche a lui.

Franco

Quando andiamo da lui ci sono sempre tante cose da fare, da sistemare, ma quando rimaniamo da don Pierangelo alcuni giorni partecipiamo anche alla vita ‘religiosa’ della parrocchia, partecipiamo alle liturgie e io faccio il servizio di diacono. Ovviamente leggo il Vangelo e prima della proclamazione rivolto al Sacerdote, che quasi sempre è mio figlio, dico: “Benedicimi padre”. Lui mi guarda e sembra dirmi: vedi, nella fede i ruoli si invertono! Vedere lui che impersona Gesù Cristo, consacra ed eleva il pane eucaristico è una grande gioia ed emozione.

Brunella

Sì ha bisogno di preghiere ma vorrei aggiungere una cosa: ringrazio l’Associazione perché  anche in questo momento mi ha aiutato tantissimo, in essa ho avuto un punto di riferimento (con Anna ci siamo sentite spesso) dove sfogarmi, dove confrontarmi, dove ‘rifugiarmi’. Il 13 luglio scorso il mio don è uscito dall’ospedale e dopo qualche giorno mi sono ‘rifugiata’ assieme a lui, alla sua mamma e a mio marito a Collinello, da Maddalena e da don Guido. Sono Familiari che hanno accolto altri Familiari  ed abbiamo trascorso una settimana splendida. L’Associazione è importante proprio anche per noi, per l’aiuto reciproco.

Maddalena

Che dire? Si può proporre la vocazione di Familiare ad altri, oggi? E’ una domanda che ci facciamo nei nostri incontri diocesani: io dico di sì. Per me il Signore chiama anche altri. A noi forse manca il coraggio di proporla e di fare conoscere questo modo di servire il Signore. Certamente la mia vocazione non è nata perché conoscevo l’Associazione: l’ho conosciuta dopo una quindicina d’anni che vivevo la mia vocazione di servizio al Sacerdote, alla Chiesa.

L’Associazione l’ho conosciuta grazie al Vescovo che, entrato da poco in diocesi, ha voluto di nuovo dar vita all’Associazione e poi il mio Sacerdote si è presentato a lui dicendogli che due donne della sua comunità potevano rispondere allo spirito dell’Associazione.

Ripeto: per me è proponibile anche oggi la vocazione di Familiare del Clero. Ai nostri Sacerdoti facciamo fare i preti, molte altre cose possiamo farle noi laici. Vorrei che le persone che mi incontrano possano vedere in me serenità, gioia per la scelta che ho fatto e che vivo nella mia piccolezza e limitatezza.

Claudia

Sicuramente la prima cosa che può colpire e attrarre le persone è la gioia e la serenità con la quale viviamo questo servizio. Anche i cosiddetti ‘lontani’ vengono sempre favorevolmente colpiti  se chi apre la porta è accogliente, è sorridente, è disponibile. Credo sia la prima caratteristica che dobbiamo avere ma non deve essere un atteggiamento che ci ‘imponiamo’, deve essere naturale.

Lo riconosciamo per tutte le vocazioni: non è che il Signore non chiama più; siamo noi che non comprendiamo più la chiamata del Signore. Come possiamo favorire la formazione delle persone? Dobbiamo partire dalla formazione, il servizio verrà poi, perché è dallo stare con Gesù, dalla frequentazione della sua Parola, che noi possiamo capire dove ci sta chiamando. Sopra la terra arida, come ci dice la parabola del seminatore, non può nascere nulla.

Così anche l’Associazione deve favorire la formazione nelle comunità. Pensiamo a quanto è importante la formazione della donna, delle ragazze nelle nostre parrocchie: certo che se proponiamo a loro di venire a fare un servizio in canonica è come proporre la luna, ma se le aiutiamo ad incontrare Gesù e se vedono in noi delle donne realizzate, felici, serene, può essere che si pongano delle domande, e il resto lo lasciamo fare alla provvidenza e alla misericordia di Dio.

Don Gian Paolo Cassano

C’è anche un ruolo di Familiare al maschile?

Brunella

Mi è un po’ difficile parlare di mio marito. E’ una persona di scienza, è laureato in fisica e deve toccare con mano, però ha un cuore grande, grande. Lui mi invidia molto perché vede che io ho trovato nella fede la mia sicurezza, mentre lui è ancora in cammino. Però è una persona splendida. Anche lui è molto vicino al Sacerdote, gli vuole bene, lo rispetta ed è ricambiato dal Sacerdote. Io ho imparato a ringraziare molto ed a lasciare fare al Signore.

Maddalena

Se posso aggiungo una cosa che Brunella, per la sua modestia, non ha fatto presente del marito; mi ha colpito quanto il Sacerdote lascia libero, nelle sue scelte, il marito di Brunella e la profonda comunione che c’è tra lui e il Sacerdote.

Don Gian Paolo Cassano

Per concludere possiamo rispecchiarci nell’icona biblica di Luca 24, i due discepoli di Emmaus, e come quei due discepoli a volte anche noi diciamo: “speravamo”, siamo delusi, siamo stanchi, siamo di meno, siamo anziani, non ci sono forze, in parrocchia vengono sempre in meno a messa…. Però se incontriamo il Signore, se stiamo in suo ascolto, qualcosa avviene. Mi auguro che questa esperienza del Convegno sia come quella dei due discepoli di Emmaus che ci porti ad uscire fuori con la gioia di portare a tutti l’annuncio del Signore.

Brunella

Penso che la testimonianza di serenità, di gioia nel fare qualcosa, nel dire quel sì, senza tanto pensare, sia la testimonianza più importante. Molti di noi hanno paura: viene chiesto un po’ di impegno e si ha paura. Si trovano scuse: ho i nipoti, non ho tempo, ho la casa, … Siamo tutte molto impegnate, però dobbiamo dire solo un ‘sì’ e il tempo salta fuori perché se si vuole si può. Fare le cose con amore, farle volentieri, farle per il Signore, dà gioia, serenità. Lasciare che lo Spirito lavori su di noi, lasciarsi andare. Poi aiutare i Sacerdoti lo si può fare in tanti modi: ognuno di noi ha talenti, basta solamente dire ‘sì’. Mi sono commossa prima sentendo parlare Franco del figlio quando celebra, per me è uguale: vedere il Sacerdote durante la celebrazione, la consacrazione, è davvero una cosa grande. Il ‘mio’ Sacerdote è rimasto due mesi in ospedale e ogni tanto quando lo andavo a trovare glielo dicevo che mi mancava soprattutto sull’altare. Credo sia importante capire quanto il Sacerdote dà di se stesso sull’altare.

Se approfondiamo questo diventa tutto più facile, possibile.

Don Gian Paolo Cassano

Mi sembra però bello ricordarci nella preghiera del tuo Sacerdote.