I SANTI DELLA PORTA ACCANTO

«Non pensiamo solo a quelli già beatificati o canonizzati». Così inizia il secondo ampio paragrafo dell’Esortazione Apostolica Gaudete et Exsultate di papa Francesco sulla chiamata alla santità.

Il Papa fonda questa solenne affermazione su una grande verità: «Lo Spirito Santo riversa santità dappertutto nel santo popolo fedele di Dio».

Ed è vero: la storia della Chiesa è una storia di santità, sin dagli inizi. Non a caso i primi “cristiani” si chiamavano “i santi”. È bello leggere l’esortazione della Lettera agli Ebrei: «Perciò, fratelli santi, voi che siete partecipi di una vocazione celeste, prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo» (Ebr 3, 1).

E poco oltre, per ringraziare i fratelli di fede che lo hanno aiutato e incoraggiarli a non stancarsi di farlo, scrive: «Dio, infatti, non è ingiusto tanto da dimenticare il vostro lavoro e la carità che avete dimostrato verso il Suo nome, con i servizi che avete reso e che tuttora rendete ai santi» (Ebr 6, 10).

E conclude splendidamente la sua lettera con un saluto prezioso per noi: «Salutate tutti i vostri capi e tutti i santi. Vi salutano quelli dell’Italia. La grazia sia con tutti voi» (Ebr 13, 24).

Non era un titolo generico: santi si chiamavano perché santi dovevano diventare, in quanto credenti nel Dio tre volte Santo e – sempre non a caso –nella prima Lettera di Pietro leggiamo: «Come il Santo che vi ha chiamati, diventate santi anche voi in tutta la vostra condotta, poiché sta scritto: Sarete santi, perché io sono santo» (1Pt 1, 15-16).

Piero cita il grandioso e commovente capitolo 19 del Libro del Levitico, quando Dio detta uno stile esigente ai suoi figli – che siamo noi – scandendolo proprio con questo grido litanico: «Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio sono santo» (Lv 19, 2).

E Giovanni nell’Apocalisse, contemplando la grande visione, vede «i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani, che si prostrano davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi» (Ap 5, 8).

Quelle «coppe d’oro» sono ricolme delle nostre preghiere, delle preghiere dei santi di Dio, che siamo noi, tutti i Suoi figli!

Certamente questa fedeltà a Dio, fatta di opere buone e di preghiera, chiedeva coraggio anche in mezzo all’incomprensione del mondo … di allora e di oggi. Allora i credenti in Gesù erano oggetti di derisione, e disprezzo e anche di sanguinosa persecuzione. Allora, come adesso. Eppure, duemila anni fa Giovanni esortava i suoi fratelli di fede con un grido, che credo valga anche per noi: «Qui sta la perseveranza dei santi, che custodiscono i comandamenti di Dio e la fede in Gesù» (Ap. 14, 12).

Fu questo il segreto dei primi cristiani: perseverano anche nella fatica e nel dolore, perché credevano fermamente nel dono che era stato fatto loro da Gesù. Accadde a san Paolo, che scrivendo insieme a Timoteo ai fratelli di Colosse, li saluta splendidamente: «Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e il fratello Timoteo ai santi e credenti fratelli in Cristo che sono a Colosse: grazie a voi e pace da Dio, Padre nostro» (Col 1, 1-2). E lo ripeterà per tutti, salutando «i santi che sono a Efeso, credenti in Cristo» (Ef 1, 1); quelli di Corinto: «Alla Chiesa di Dio che è a Corinto e a tutti i santi dell’intera Acaia» (2Cor 1, 1); quelli che sono a Filippi: «A tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi» (Fil 1, 1). «Santi» sono quelli con cui Paolo vive: «Vi salutano i fratelli che sono con me. Vi salutano tutti i santi, soprattutto quelli della casa di Cesare» (Fil 4, 22). E santi sono i fratelli di Roma e quelli di Gerusalemme, che vuole andare a trovare: «Condividete le necessità dei santi; siate premurosi nell’ospitalità» (Rm 13, 13), scrive ai Romani e dice loro: «Vado a Gerusalemme, a rendere un servizio ai santi di quella comunità» (Rm 15,25).

Solo in un secondo momento i “santi di Dio” che sono i credenti in Gesù Cristo – che siamo noi – furono chiamati “cristiani”.

Avvenne, quando il loro impegno nella società, la loro carità verso tutti i bisognosi, il loro “volersi bene” come veri fratelli e sorelle; quando questo “stile di vita” cominciò a diffondersi ed era così diverso da quello della gente del tempo; solo allora si cominciò ad indicare quella “gente strana”, quella “gente sempre buona” come “cristiani”, come coloro che appartenevano al “gruppo” che seguiva gli insegnamenti di Gesù Cristo.

In un certo senso, gli antichi fecero confusione: quella gente – i nostri primi fratelli – si trovavano insieme, parlavano (e pregavano) insieme, avevano le loro idee e non le nascondevano … erano un “gruppo” quasi come i “gruppi politici” e per riconoscerli usarono il nome del loro “Maestro” o “Capo”, come si faceva con gli altri gruppi o partiti.

In fondo, gli antichi ci insegnano che i cristiani erano gente che “viveva” quello in cui credeva, secondo gli insegnamenti della Persona, in cui credeva, il Signore Gesù.

Come? Semplicemente, vivendo la vita di tutti con amore, evitando l’odio e preferendo il perdono, aiutando chi era ne bisogno senza chiudersi nel proprio individualismo, amandosi come sposi fedeli e rispettando la vita del bimbo, quando era ancora nel grembo della mamma. Erano buoni, onesti, laboriosi, pazienti, gentili, disponibili. Facevano il bene ed evitavano il male.

È quello che dice oggi papa Francesco. È la “santità della porta accanto” che descrive con tenerezza: «Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio» (n. 7).

È una santità alla nostra portata. Come lo fu allora, E può esserlo oggi ancora.

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