SIAMO DELLO STESSO SANGUE TU ED IO

Riflessioni dopo il Corso di Formazione per i responsabili diocesani – Triuggio 2/4 settembre 2019

Il termine famiglia nonostante sia molto utilizzato e a volte bistrattato, come significato primordiale ha quello di “gruppo di persone legate fra loro da un rapporto di parentela di primo grado, composto da padre, madre e figli”. Di certo, se volessimo attualizzare questo pensiero, probabilmente non ci faremmo più bastare l’analisi di Treccani, visto che il termine “famiglia” ha assunto un più importante ed ampio respiro. A volte quando si parla di familiari si pensa non solo ai genitori, fratelli e sorelle, marito/moglie ma anche agli amici quelli cari, al fidanzato/a o a quelle persone che fanno parte della nostra vita, della nostra quotidianità semplicemente con la bellezza del loro esserci, permettendoci di fare altrettanto. E a volte le persone nella nostra vita arrivano all’improvviso e come una benedizione, aiutandoci a scoprire l’importanza di coltivare relazioni autentiche, pure, disinteressate ma soprattutto fatte crescere con la cura, la pazienza e la discrezione. Questa breve introduzione per dare dei confini al mio pensiero: ho 24 anni, da due anni faccio parte dell’Associazione Collaboratori Familiari del Clero presso la mia Diocesi di appartenenza, Chioggia, pur non essendo una diretta consanguinea del mio parroco. Prima che mi venisse presentata l’associazione non conoscevo la realtà e, peccando di ignoranza, non ne sapevo l’esistenza; il secondo impatto, dopo la sorpresa, è stato provare un senso di leggero impaccio. Non mi ritenevo “adeguata” al ruolo, anche perché non mi occupo delle faccende domestiche o di preparare il cibo, nonostante in parrocchia faccia altro: dal rispondere al telefono, ai certificati, aprire la porta quando suona il campanello o intrattenere l’anziana mentre il parroco è impegnato. Tutte queste mansioni che ai miei occhi erano semplici gentilezze mi sono accorta che per chi le riceveva erano molto di più: dimostravano vicinanza, tatto, accoglienza e tra tutto davano spazio al germe dell’amicizia, della stima e della fiducia. Ho appreso in modo ancora più forte e deciso la bellezza del servizio, della presenza, della condivisione e di quella fratellanza che non è sancita da un legame di sangue e non deve essere arginata da uno status sociale. (Motivo per cui ho scelto proprio come titolo “Siamo dello stesso sangue tu ed io” che all’apparenza parrebbe in antitesi con il mio pensiero ma invece richiama un modo di dire presente nel mondo dello scoutismo il quale vuole sancire l’uguaglianza tra il cucciolo d’uomo e la razza animale che lo accoglie nella giungla, gli dà la possibilità di crescere con loro non smettendo di essere se stesso e facendogli vivere la vera essenza della famiglia.) Dopo quello analogo svoltosi in giugno a Roma, un ulteriore Corso di formazione per i responsabili diocesani dei Familiari del clero è stato strutturato dal 2 al 4 settembre presso la Villa Sacro Cuore di Triuggio (MB). Ci siamo trovati in molti a condividere le nostre esperienze in quei tre giorni, abbiamo dato spazio alle presentazioni e alle conoscenze, ma, tra tutto, abbiamo dato priorità a conoscere in modo più attento e dettagliato lo Statuto, visto che non è opportuno improvvisarsi in nessuna mansione, nemmeno in quella di aiuto. I familiari, consanguinei, erano forse la maggioranza e questa è stata un’altra testimonianza forte di quanto si debba prendere in considerazione la parola “collaboratori” che può essere tradotta in modo ancora più semplice ed immediato come persone che sono vicine al sacerdote, lo aiutano nel proprio ministero e gli dimostrano quell’unione umana e amicale che è in grado di risollevare e dare forza, anche quando nell’albero genealogico non ci sono, all’apparenza, rami in comune.

Irene Veronese