La Rivolta delle Perpetue

 

Da Manzoni alla Chiesa di Francesco un ruolo fondamentale che cambia. E la Presidente ora rivendica “Non siamo né badanti, né colf”.

Intervista alla Presidente nazionale Brunella Campedelli   

CITTÀ DEL VATICANO

Scordatevi Manzoni. Nel senso del primo capitolo de I promessi sposi, con don Abbondio che torna a casa atterrito dall’incontro con i bravi e, «ansioso di trovarsi in una compagnia fidata», chiama: «Perpetua! Perpetua!», ovvero la «serva» di quel sacerdote pauroso, rimasta celibe dopo aver superato «l’età sinodale dei quaranta», chiosa perfido Don Lisander, «per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche».

In fondo sono passati centonovant’anni, è cambiato il mondo e anche la Chiesa, e guai a ripetere quel nomignolo:

«Ah no! Guardi, io sono tutto tranne che una perpetua, noi di perpetue non ne vogliamo neanche sentir parlare!», ride Brunella Campedelli, 61 anni, marito e due figli, presidente dell’«Associazione Collaboratori Familiari del Clero».

È stata lei a mettere in chiaro le cose nell’ultimo numero di Donne chiesa mondo, il mensile femminile dell’Osservatore Romano coordinato da Rita Pinci.

Ora spiega: «Io non sono una colf né una badante, anche perché “il mio don”, Matteo, è giovane e potrebbe essere mio figlio. Una volta c’erano persone che sceglievano di seguire un sacerdote fino alla morte, ma ormai non esistono quasi più. Io ad esempio lavoro nella segreteria di una parrocchia a Galliera, nella diocesi di Bologna, e mi occupo pure di gestire l’asilo parrocchiale. Ci sono sacerdoti che hanno due, tre parrocchie, e non possono stare dietro a tutte le complicazioni burocratiche o anche solo garantire che la parrocchia resti aperta quando non ci possono essere».

Ma non si tratta solo dell’aiuto dei laici nella comunità.

«I sacerdoti sono spesso persone sole, passano la loro vita a occuparsi dei problemi degli altri e hanno bisogno di qualcuno con cui parlare, confidarsi. Quello che facciamo non è solo un lavoro, c’è una dimensione spirituale, io lo sento come una seconda vocazione. La prima è la mia famiglia, a fine giornata torno a casa mia. Ma chi collabora con un sacerdote deve avvertire anche la responsabilità di creare un senso di famiglia, far sentire ogni giorno che gli sei accanto».

L’associazione rappresenta collaboratrici e collaboratori, «gli uomini sono meno ma stanno crescendo, tra volontari delle parrocchie e diaconi», spiega Campedelli. Il modello, si legge sul sito (collaboratorifamiliaridelclero.it) è impegnativo, comunque: «Guardando alla Vergine Maria, fanno del proprio servizio alla persona e al ministero del prete il “sì” al Signore».

Non esiste una retribuzione fissa, «in parte è volontariato, io ad esempio ho un part-time solo per l’asilo, i casi variano ma siamo ben sotto i mille euro».

Del resto, i giovani sacerdoti sempre più preferiscono che le loro famiglie non vivano con loro, «come tutti i figli vogliono avere la loro indipendenza e desiderano siano indipendenti i genitori, che peraltro spesso ancora lavorano».

Di qui l’importanza dell’associazione, nata negli anni Ottanta tra i familiari dei sacerdoti e i laici che già si impegnavano nelle parrocchie, con tanto di approvazione ufficiale della Cei.

«Io mi avvicinai grazie al sacerdote che aiutavo allora, una quindicina di anni fa. Fu lì che imparai il senso dell’essere “familiari di spirito”. Per questo organizziamo degli incontri di formazione».

Quanti siete?

«Non abbiamo statistiche precise, non ci si iscrive, ma la nostra rivista ha un migliaio di abbonati in tutta Italia».

Brunella Campedelli sorride: «I miei figli sono ormai grandi, il maggiore ha 35 anni e la “piccola” 31, mio marito insegnava fisica al liceo e mi ha aiutato tantissimo in questo percorso. Non che voglia essere la mamma del mio don, ma in fondo è quasi coetaneo dei miei ragazzi, si è creata una bella armonia ed è come se anche lui facesse parte della nostra famiglia».

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Gian Guido Vecchi